Da circa un mese abbiamo sul comodino Hotel Ucraina ma non riusciamo a leggerlo. Per rimandare l’appuntamento abbiamo guardato di tutto, anche una serie su Mourinho un po’ noiosa come tutte queste operazioni di Netflix, e letto di tutto, anche il libro di Criscitiello (interessante, soprattutto nella parte sulla gestione societaria), ma il pensiero era sempre all’ultima opera di Martin Cruz Smith. Per feticismo la abbiamo comprata su carta quando noi leggiamo al 90% su Kindle, ma il vero problema è che dopo questo libro non potremo più leggere niente di nuovo di Smith, scomparso l’anno scorso dopo avere convissuto a lungo con il morbo di Parkinson, proprio come il suo eroe, Arkady Renko, grazie al quale ha raccontato Unione Sovietica e Russia, dagli anni di Breznev a quelli di Putin, in maniera eccezionale, con il passo della grande storia ma anche della grande letteratura. E pazienza se ha avuto la colpa di vendere tanto in tutto il mondo.
Da Gorky Park, uscito nel 1981, due anni prima del celebre film com William Hurt e Lee Marvin, a Hotel Ucraina del 2025, undici romanzi che ci sentiamo di consigliare a tutti gli appassionati di storia e di attualità politica che non leggono romanzi perché “Ho la sensazione di buttare via il tempo” (ciclicamente anche noi facciamo parte di questo partito, poi ce ne pentiamo perché l’unica cosa che ha senso è la creatività, anche quella degli altri). La grandezza politica di Smith consiste nel suo sguardo apolitico: il disilluso Renko detesta l’apparato sovietico ma non può certo essere considerato filo-americano o invidioso del modo di vivere del resto d’Europa. Ama il popolo russo, come ovviamente l’autore, ma anche lo osserva con un cinismo straordinario.
Smith ha raccontato l’evoluzione di un paese che è passato dal crepuscolo dell’URSS di Breznev alla perestrojka, al crollo del 1991, all’era degli oligarchi e al consolidamento del potere di Putin, fino all’invasione dell’Ucraina che comunque la si veda segna un prima e un dopo. La ragione della sua superiorità narrativa risiede in una scelta radicale compiuta all’inizio degli anni Settanta e da lui più volte raccontata. Inizialmente l’editore gli aveva chiesto un thriller con un detective americano che insegnasse ai russi come si indaga. Ma Smith, dopo un breve viaggio in Unione Sovietica nel 1973, capì che quella formula era una stronzata e cambiò prospettiva: il protagonista doveva essere russo, immerso fino al collo nel sistema, capace di osservarlo dall’interno senza le lenti ideologiche occidentali.
Gorky Park uscì in pieno clima reaganiano da impero del male, e conquistò i lettori proprio perché non demonizzava né idealizzava. Mostrava una Mosca grigia, corrotta, burocratica, ma anche profondamente umana, con le sue amicizie intense, il suo umorismo nero e la sua capacità di sopravvivenza. Il regime brežneviano comunque non gradì e per qualche tempo il semplice possesso del libro divenne reato. Tutto cancellato da Gorbaciov e dai caotici anni Novanta, mentre con Putin si sarebbe tornati un po’ ai vecchi tempi, vista la nostalgia cavalcata abilmente dal leader russo.
I romanzi con Renko protagonista non sono semplici gialli ambientati a Mosca. I primi tre (Gorky Park, Stella Polare del 1989 e Red Square del 1992) formano una trilogia che va dalla stagnazione tardo-sovietica alla perestrojka e al fallito golpe dell’agosto 1991. Imperdibili, anche per i non amanti del genere. Poi arrivano gli anni Novanta e i Duemila: Havana esplora i residui del legame cubano-sovietico; Lupo mangia cane porta il lettore a Chernobyl; Il fantasma di Stalin affronta la riabilitazione nostalgica di Stalin e il ritorno di un potere personalistico; Le tre stazioni e Tatiana raccontano la Russia degli oligarchi, della corruzione dilagante e della violenza contro i giornalisti indipendenti; L’enigma siberiano è incentrato su un potenziale rivale politico di Putin ispirato a Khodorkovskij; Independence Square e Hotel Ucraina sono storia di oggi, mentre lo stesso Renko affronta lo stesso Parkinson che aveva colpito il suo creatore. Nessun altro ciclo letterario ha seguito con tale fedeltà e senza interruzioni le trasformazioni di un grande paese per oltre quattro decenni.
Ciò che ai nostri occhi rende Smith unico è il suo stile. Non scrive da propagandista anticomunista né da apologeta del socialismo applicato. Figlio di un generale dell’Armata Rossa, eroe stalinista, Renko nasce nella nomenklatura ma la rifiuta. Non entra nel Partito, non fa carriera militare, sceglie di essere un semplice investigatore di omicidi della milizia moscovita. Questa scelta lo rende un fallimento agli occhi del padre e un elemento scomodo per il sistema. Renko è cinico, depresso, ironico, spesso sconfitto, ma possiede una bussola morale inflessibile: cerca la verità anche quando sa che nessuno la vuole, espone la corruzione dei potenti senza badare alle conseguenze, non falsifica le prove. Quando, alla fine di Gorky Park, ha l’occasione di restare in Occidente, torna. Non perché idealizzi l’Unione Sovietica, ma perché ha scoperto che anche il capitalismo è corrotto a modo suo, e soprattutto perché è russo fino alle ossa. Ama la sua terra, la sua gente, la sua cultura, nonostante tutto. Un messaggio originale ai tempi di Gorky Park e quasi eversivo oggi. E quindi? Leggeremo Hotel Ucraina, ma non oggi.
stefano@indiscreto.net




letto Gorky Park ma mai visto il film, poi però quando sono stato, due volte, a Gorky park (2017 e 2023), niente di che, i giardini di Lussemburgo a Parigi sono un altro livello. Rimane il fatto che non si può non amare la Russia, una volta che ci si va, per tutte le ovvie contraddizioni, paese bellissimo come la cina e come l'America anche trumpiana ha smesso di essere