Franco Baresi è stato per noi il secondo libero più forte nella storia del calcio, dietro a Franz Beckenbauer, limitando il discorso ai giocatori che abbiamo visto dal vivo o in diretta, quindi dai primi anni Settanta ad oggi, e davanti a Daniel Passarella, il più forte fra i tanti liberi argentini forti, da Perfumo a Brown. Con menzioni d’onore per pochi altri campioni, su tutti Scirea e il Krol versione Napoli. Di sicuro il miglior italiano, con tutto il rispetto per Scirea che qualche errore lo faceva (di Baresi non ne ricordiamo e quante partite avremo visto con lui in campo? 300? 400?) e con gli altri lontanissimi.
Aria fritta, la nostra, come le considerazioni sui liberi di oggi: che semplicemente non esistono, nemmeno nel 3-5-2 o 5-3-2, visto che il libero di ‘prima’ al di là della posizione più arretrata rispetto ai compagni di reparto era prima di tutto un difensore intelligente e spazzatutto, soltanto poi eventualmente un costruttore di gioco con la testa alta e tutto il resto. Discorso che valeva anche per i liberi costruiti come Beckenbauer, ex centrocampista che dopo il Mondiale del 1970 Schön mise dietro ai compagni della difesa più per la sua lettura delle situazioni che per i piedi pur buonissimi o per la forza nei contrasti. Il tempismo di Beckenbauer gli permetteva spesso di evitarli, i contrasti, e forse per questo nell’immaginario collettivo è rimasto meno ‘difensore’ rispetto a Baresi che a lui in gioventù spesso è stato paragonato.
Numero 2 fra i liberi di tutti i tempi, numero 2 come la maglia che Liedholm per motivi mai davvero chiariti gli assegnò nel Milan 1984-85: forse una scaramanzia del Barone, che più avanti sarebbe rientrata, forse una citazione della Piramide di Cambridge, quindi di un 2-3-5 con il 2 e il 3 dato ai centrali (Baresi e Filippo Galli, di solito), il 4-5-6 alla linea davanti (spesso Battistini-Di Bartolomei-Tassotti, anche se a volte Tassotti era nella sua più naturale destra e a sinistra andavano Evani, quando non era nella linea dei centrocampisti-attaccanti, o al limite Russo). Non siamo statistici e nemmeno copiatori di statistiche, ma crediamo che quella sia stata l’unica stagione milanista di Baresi con il 2, numero con cui invece tutti lo ricordiamo al Mondiale del ‘90 e meno in quello del 1982, in cui non giocò un solo minuto e nemmeno andò mai in panchina (all’epoca, bei tempi, c’erano cinque riserve e due sole sostituzioni).
Tornando al discorso del libero, Baresi ha rappresentato al tempo stesso il massimo del ruolo e secondo molti la sua fine. L’essenza del libero era quella di essere staccato dai compagni, dietro di loro, penultimo baluardo: un ruolo ucciso dal 4-4-2, da molto prima di Sacchi che comunque teorizzò il superamento del libero (non vogliamo arrivare a Signorini) anche se Baresi di puro istinto avrebbe continuato a giocare qualche metro dietro ai compagni, rimediando ai loro errori.
Possiamo tranquillamente dire che dopo Baresi, nella versione Capello, il ruolo sia scomparso, con qualche citazione (Bergomi nella stagione con Simoni, per dire) e pochi allenatori con il coraggio di andare contro il pensiero unico, l’ultimo di questi Eugenio Fascetti con i vari Cravero, De Rosa, Stellini. C’era qualcosa di eroico in questo ruolo di fatto confinato all’Italia e a pochi altri paesi, c’era qualcosa di eroico in Franco Baresi che è stato grande giocando con Rivera e giocando con Maldini, ma a differenza di loro rimasto dentro di sé calciatore per sempre.
stefano@indiscreto.net



Direttore c'era davvero qualcosa di eroico nel ruolo di libero, cioè l'essere (più spesso, il sentirsi) l'ultimo giocatore prima del portiere, o, meglio, il baluardo finale prima dello sfondamento avversario: chiudere in extremis l'attaccante che volava verso la porta era un gesto che trasmetteva a chi lo compiva (ma anche a chi gli stava vicino in campo o lo guardava dagli spalti) una adrenalina simile a quella provocata ad una punta dallo scaravantare la palla in rete o ad un portiere dal prendere miracolosamente il tiro ravviconato del bomber che già stava esultando per il gol. La grandezza di questi giocatori (nello specifico, di Baresi) era che non ti davano mai l'impressione di sentirsi eroi: per loro scippare il pallone al 9 che stava per calciare in porta solo davanti al portiere era una normale giornata in ufficio. Mentre tu (compagno, spettatore) sussultavi come potevano fare solo quelli che assistevano a gesto eroico.
un paio d'anni dopo quella stagione di Bergomi all'Inter arrivò Laurent Blanc che, pur a fine carriera, fece vedere sprazzi di quello che erano stati i liberi (ricordo un gol contro il Napoli dove scarta il portiere con un tocco di esterno)
di quelli arrivati dopo, Chivu purtroppo per lui era nato con 20 anni di ritardo
qualcosina resisteva anche in Germania, almeno fino a fine anni Novanta con i Matthaus e i Sammer