Qualche giorno fa avrete senz’altro letto che Tomas Zanetti, quattordici anni, centrocampista, ha firmato con l’Inter fino al 2028. Giocherà nell’Under 15: arriva dall’Accademia Inter (che non è l’Inter, ma soprattutto ha sede nella nostra amata periferia Ovest) e suo padre è ovviamente Javier, 858 presenze nell’Inter in 19 anni, vicepresidente nerazzurro dal 2014, dai tempi del cazzutissimo e assolutamente da rivalutare Thohir, oggi ministro, presidente della Federcalcio indonesiana e uomo chiave della pallacanestro in Asia. Va da sé che per il giovane Zanetti come per centinaia di altri cosiddetti figli d’arte si usi di solito la narrazione del genere ‘Di padre in figlio’, ‘La dinastia’, ‘Il predestinato’ e cose simili, credendo di trovare simpatia nell’attempato lettore, amante del già visto e già sentito.
Nella nostra miseria etica e morale non riusciamo però ad essere contenti che in certi casi il calciatore sia equiparabile al figlio del notaio, del giornalista, del barone universitario, del medico, dell’impiegato di banca, eccetera, con logiche familistiche a volte illegali e sempre tristissime, da falliti, a maggior ragione quando le si giustifica con ‘ambiente’, ‘DNA’ e così via. Del resto chi racconta queste storie è un giornalista in tanti casi entrato nel sistema con gli stessi agganci: magari non il genitore, ma l’amico giornalista del genitore sì. E quindi perché parlare di Tomas Zanetti?
Ne parliamo prima di tutto perché è il caso più recente di cui siamo venuti a conoscenza e poi perché a differenza dei molesti nerd del calcio giovanile, quelli che si masturbano per qualunque cesso portoghese, non abbiamo la minima idea di come giochi Zanetti junior: magari diventerà più forte del padre calciatore di alto livello, cosa accaduta in pochissimi casi (Paolo Maldini il più eclatante) o diventerà almeno un buon giocatore di Serie A. Il punto non è se Tomas Zanetti meriti quel contratto quanto i suoi compagni di squadra. Il punto è che i settori giovanili di club grandi medi o piccoli, comunque professionistici, negli anni recenti si sono riempiti di figli di calciatori (Buffon, Toldo, Del Piero, Chiellini, eccetera, ma scendendo fino a Esordienti e Giovanissimi si vede che tutti ci hanno almeno provato) e di addetti ai lavori, e che molti sono anche emersi sia pure a livelli inferiori al genitore.
Vent’anni fa Gianluca Vialli e Gabriele Marcotti, nel loro bellissimo The Italian Job, avevano raccontato come il calcio inglese fosse strutturalmente più legato alle logiche di conoscenza familiare, con un numero impressionante di figli di calciatori, in molti casi anche con lo stesso nome di battesimo. Il calcio italiano all’epoca sembrava più meritocratico e anche, altra parte interessante del libro, molto più interclassista: il giovane calciatore inglese era un proletario o figlio di ex proletari, quello italiano no. Le cose da molto prima del 2026 non stanno più così e se tutti notiamo calciatori con lo stesso cognome, fuori dai riflettori ci sono figli di addetti ai lavori in ogni dove: agenti, allenatori, dirigenti. Se uno è proprio scemo, vuoi non trovargli un posto come quindicesimo match analyst? In altre parole il calcio italiano è diventato molto più chiuso, nonostante i posti di lavoro a disposizione siano aumentati.
Ripetiamo: la domanda vera non è se Tomas Zanetti sappia giocare a pallone, visto che non lo sappiamo. È quante altre famiglie, prive di un padre vicepresidente o di un cognome che apra le porte dei responsabili del settore giovanile, non arrivano nemmeno al provino, perché non sanno a chi rivolgersi, non hanno un agente di fiducia già attivo dai nove anni d’età, non possono permettersi il circuito di tornei, camp, procuratori junior e scouting privati che oggi, in Italia come in Inghilterra, precede l’ingresso in un vivaio di club importante.
È qui che il fenomeno smette di essere un pretesto per articoli del genere ‘La solita Italietta’, visto che il primario raccomandato può fare più danni di un terzino scarso, e diventa concreto. I vivai di Serie A, dal 2015 in poi, sono diventati centri di costo e insieme centri di ricavo (plusvalenze, indennità di formazione, percentuali di rivendita) dentro bilanci sempre più complicati. Un settore giovanile ben popolato da quelli che i media definiscono ‘predestinati’, cioè ragazzi che arrivano già raccontati dalla prima ancora di scendere in campo, genera visibilità, sponsor, contenuti social, e in prospettiva un valore di mercato più facile da costruire. Chi gestisce academy e settori giovanili lo sa benissimo, ed è in parte per questo che la porta si apre più volentieri a chi il cognome ce l’ha.
Ciò che stiamo faticosamente cercando di dire è che c’è un livello più tecnico, quasi contabile, che rende il fenomeno difficile da chiamare soltanto ‘raccomandazione’ e che è il motivo per cui nessuno, nei club, ha interesse a chiamarlo così. Il calcio giovanile italiano ha sostituito i vecchi premi di preparazione e di addestramento e formazione tecnica con la nuova indennità di preparazione (art. 99 quater delle NOIF, per chi vuole approfondire): un meccanismo per cui, quando un ragazzo firma il suo primo contratto da professionista, la società che lo tessera deve versare una somma ai club che lo hanno formato nelle stagioni precedenti. A questa si affianca il premio di tesseramento e formazione tecnica, dovuto ogni volta che un giovane tra i sedici e i vent’anni cambia casacca, ripartito proporzionalmente tra tutte le società che lo hanno avuto in rosa dagli undici ai quindici anni, e il meccanismo di solidarietà, che in caso di trasferimento oneroso riconosce il 5% del prezzo alle società formatrici.
Sono strumenti, pensati per tutelare il lavoro dei vivai minori che scoprono un talento e lo vedono poi partire senza compenso. Tutto giusto, ma con un effetto collaterale negativo: un ragazzino che arriva in una academy (quand’è che abbiamo iniziato a dire academy? Prima o dopo Chigi?) importante già con un nome, sia pure quello del padre, matura una valutazione di mercato prima ancora di aver giocato una partita che conti davvero. Più cresce l’attenzione attorno a lui, più cresce, sulla carta, l’indennità che un domani un altro club dovrà versare per prenderlo. Meccanismo che rende quel ragazzo, indipendentemente dal reale differenziale tecnico rispetto a un compagno di squadra meno noto, un asset più difendibile in bilancio. A questo si aggiungono, dalla Lega Pro in giù, le premialità legate al minutaggio dei giovani di vivaio; la riforma Zola prevede incrementi fino al 400% sulle quote di mutualità per i minuti giocati dai prodotti del proprio settore giovanile, che spingono i club a far esordire prima possibile proprio i ragazzi già visibili, quelli che generano curiosità.
Quanto agli agenti, il regolamento FIGC vieta loro esplicitamente di intermediare i trasferimenti dei calciatori non professionisti. È una norma nata per tutelare i minori dalla mercificazione precoce, così si dice. Ma è anche la norma che rende debolissimo chi in quel mondo non ha già canali propri: se un procuratore di professione non può trattare formalmente per un dodicenne, chi può farlo davvero (parlare al direttore del settore giovanile, sapere quando un club sta cercando un centrocampista di quell’età, portare il ragazzo al provino giusto al momento giusto ) è quasi sempre un padre, uno zio, un amico di famiglia che nel calcio ci lavora già, cioè esattamente il profilo di chi ha un cognome pesante. Il divieto agli agenti, pensato per proteggere tutti allo stesso modo, finisce per premiare chi in famiglia ha già gli stessi contatti che la norma vieta di vendere sul mercato aperto. Insomma, si sarà capito che non facciamo parte del partito ‘Che cattivi i procuratori’, visto che a basso livello sono spesso decisivi e a livello professionistico esistono a causa dell’incapacità di molti dirigenti. Con direttori sportivi capaci, o almeno del mestiere, Jorge Mendes non esisterebbe. O farebbe direttamente il direttore sportivo.
Scrivendo ci siamo accorti di tendere pericolosamente verso il longform da salida lavolpiana, o da ‘Tutti i segreti di Beccacece’, e quindi la finiamo qui. I settori giovanili pieni di raccomandati non sono il motivo per cui a a Zenica Kean e Dimarco si sono mangiati il gol del 2-0, ma quello per cui il livello medio dei calciatori italiani è molto più basso rispetto a quello di venti anni fa, quando già nessuno giocava più per strada (certo Meazza e Piola lo avevano fatto) e quasi nessuno negli oratori. E quindi non si capisce perché chi punta ai massimi traguardi dovrebbe comportarsi come un team di sviluppo per la Nazionale. Conclusione: al di sotto del livello dei campioni ci può essere nel 2026 pochissima differenza fra un calciatore di essere A e uno di C. Certo essere in un settore giovanile importante non significa in automatico essere bravo.
stefano@indiscreto.net



Un segreto di Beccacece però potevi rivelarlo.
O almeno un indizio
Se uno è proprio scemo, vuoi non trovargli un posto come quindicesimo match analyst?
ahahahaha il figlio di spalletti era alla juve come match analyst ma non ricordo con che numero