Chi come noi ha il privilegio di non avere una vita sociale sa già tutto del dito puntato di Sophie Cunningham, diventato virale perché capace di uscire dal pompato orticello della WNBA e di giocarsela nei campionati veri: destra contro sinistra, bianchi contro neri, politicamente scorretto contro wokeness, belle contro brutte, trumpiani contro resto del mondo, sport vero contro sport fighetto. Dal nostro punto di vista la sua popolarità mondiale raggiunta in un giorno è un ottimo pretesto per parlare dei motivi per cui guardare la pallacanestro femminile perché fino all’anno scorso non avevamo mai sentito nominare la Cunningham, fino a quando in una partita ha difeso fisicamente dalla caccia all’uomo, anzi alla donna, la ben più nota Caitlin Clark, sua compagna nelle Indiana Fever.
Dieci giorni fa durante la partita delle Fever contro le Phoenix Mercury la Clark ha subito un fallo da DeWanna Bonner ma il fischio arbitrale è andato contro di lei per avere applaudito ironicamente l’arbitro: fin qui ordinaria pallacanestro, mentre meno normale che nel mirino ci sia la stella mediatica della lega, cosa che nella NBA vera non accadrebbe mai, anzi si eccede in senso contrario. A questo punto la Cunningham è intervenuta per mettersi tra le due, poi ha chiesto all’arbitro perché solo la Clark fosse stata sanzionata.
Quello che è successo dopo l’abbiamo visto tutti: la Bonner ha detto alla Cunningham “Non puntarmi il dito!”, e la Cunningham, come ha spiegato lei stessa nel suo podcast, ha avuto un’illuminazione. Se questo gesto la fa tanto incazzare, nostra libera traduzione, allora lo ripeto per farla impazzire. E ha continuato a puntare il dito in silenzio, senza muoversi, senza parlare, per una ventina di secondi. Lei stessa ha definito il gesto “La cosa più stupida che abbia mai fatto”, ma in quel contesto paradossalmente machista il gesto ci stava tutto.
Interessante à che la Cunningham abbia riportato in prima pagina, facendo finta che i giornali esistano ancora, il ruolo dell’enforcer, il mazzolatore-guardia del corpo che nell’hockey è quasi istituzionalizzato e che nella NBA ha goduto di larga fortuna dalla metà degli anni Settanta fino all’inizio di questo millennio: Maurice Lucas, Rambis, Iavaroni, Anthony Mason, Mahorn, Rodman e tanti altri, di diversi gruppi etnici. Buoni giocatori, come si nota, al massimo del livello Oakley, ma mai stelle assolute perché loro le stelle le dovevano proteggere. In questo millennio decisamente pochi gli esempi, più come mentalità (Artest su tutti) che come reale possibilità di incidere visto il cambio di regole e di metro arbitrale. Fra le donne, per quella pochissima WNBA che guardiamo, attirati quasi soltanto dalla Clark, volano molti più colpi proibiti. ma soprattutto, come nel caso in questione, ci sono stelle da proteggere. Per gli uomini provvede il marketing, qui le mazzate. Comunque Sophie Cunningham, che sa anche giocare a basket, scontato nuovo idolo di noi della periferia Ovest.
stefano@indiscreto.net



Solo Sophie.
A me il basket femminile WNBA non dispiace (saranno anche le arene piene, le giocatrici personaggio forse) e rispetto ad altri sport dove la versione femminile è inguardabile le partite combattute sono comunque più guardabili di tanta fuffa maschile.. Quanto a Sophie la trovo divina e il ditino astuto e pungente che fa incazzare e sbagliare il libero il pitecantropo di turno roba da incorniciare...