I quattro episodi della docuserie Dynasty: i Murdoch, uscita il 13 marzo e appena vista su Netflix, aggiungono poco alle notizie che tutti leggiamo sui vari scazzi familiari e aziendali riguardanti questo impero mediatico, ma sono lo stesso molto avvincenti. Perché mostrano che a un certo punto Succession ha smesso di ispirarsi alle vicende dei Murdoch, innescando un meccanismo opposto e cioè quello che ha visto i vari membri della famiglia comportarsi come i personaggi della bellissima serie HBO che loro stessi, soprattutto Elisabeth, ammettono di seguire.
Personaggi che poi sono archetipi-stereotipi, a partire dal patriarca autoritario: Rupert Murdoch è Logan Roy, manipolatore e soprattutto incapace di cedere davvero il potere (anche adesso che ha 95 anni…), che usa l’eredità per tenere i figli in perenne competizione. Per lui comunque nessuno è mai pronto. C’è poi l’erede designato: Lachlan Murdoch è il chiaro corrispettivo di Kendall Roy, il figlio che da sempre Murdoch ha scelto come successore principale ma spesso trattato peggio dei suoi fratelli.
Il ribelle o pseudo-tale è James Murdoch, cioè Roman Roy, quello che tenta spesso di prendere una strada indipendente ma fallisce per incostanza e anche quando ha successo poi torna dal padre, sperando nella sua approvazione e di avere sopravanzato Lachlan nel gradimento. La figlia ambiziosa che non vuole stare a casa a godersi i soldi è Elisabeth Murdoch, cioè Shiv Roy. La più intelligente di tutti i fratelli, cosa che nota anche il padre che però non ritiene una donna adatta a prendere il comando. Quanto a Prudence, la figlia più vecchia, nata dal primo matrimonio, in Succession c’è la licenza poetica di farla diventare maschio, lo svagato Connor: conta poco, se non come ruota di scorta quando c’è da votare.
Tornando alla docuserie, c’erano diverse cose che comunque non sapevamo. Fra queste il fatto che Murdoch a sua volta sia nato in un contesto di ricchezza notevolissima (si sapeva che suo padre fosse un piccolo editore, ma nulla di più), fra maggiordomi e tutti il resto: inomma, con un’educazione abbastanza simile a quella ricevuta dai suoi figli. Il suo cinismo e la sua cattiveria, cattiveria agonistica si intende, sono quindi innati. Così come il suo essere fieramente conservatore è il comportamento opposto a quello di tanti figli di papà, compresi i suoi (tranne Lachlan, che forse però lo vuole compiacere), con grande godimento nel sentirsi contro l’establishment politico, culturale e mediatico e nel ricordarlo sempre, con la FOX e con i giornali. Interessante anche il suo rapporto con Trump, prima avversato preferendogli repubblicani classici e poi cavalcato anche per il pubblico in buona parte sovrapponibile.
Molto bella la parte su Rebekah Brooks e sulla chiusura del News of the World, per noi dall’esterno rimasta inspiegabile (in fondo i tanti danneggiati erano stati già ampiamente risarciti) ma in linea con il cinismo murdochiano: la valutazione fu che il danno di immagine per il gruppo fosse più grave dei soldi generati dallo storico settimanale popolare da quasi 3 milioni di copie a numero. Uno di quei ‘tabloid inglesi'. per usare il giornalistese italiano, le cui notizie, sì, notizie (raccolte in mille modi, non sempre illegali), venivano e vengono copiate dai media degli altri paesi. Il ‘Thank you & Goodbye’ dell’ultimo numero rimane il titolo perfetto.
stefano@indiscreto.net



«Uno di quei ‘tabloid inglesi’'. per usare il giornalistese italiano, le cui notizie, sì, notizie (raccolte in mille modi, non sempre illegali), venivano e vengono copiate dai media degli altri paesi»
Salvo ovviamente parlarne male in pubblico, per darsi un tono.
Si pronuncia Merdoch, nomen omen