Dopo avere letto della morte di Francesco Massaro abbiamo visto per l’ennesima volta, a questo giro su Prime Video, uno dei suoi film più famosi, Domani mi sposo. E ci siamo divertiti tantissimo, per come questa commedia sia divinamente fuori dal tempo. Il film è del 1984 ed è ambientato, vera rarità per il cinema italiano di ieri e ancora più per quello di oggi, a Mantova. Il protagonista è un ottimo Jerry Calà (Arturo Righetti) nel ruolo del trentenne in crisi alla vigilia del matrimonio, ma a prendersi la scena è spesso un Guido Nicheli (Gastone, futuro suocero) sontuoso, che non esagera e offre forse la sua migliore interpretazione in carriera al netto delle battute che in altri film erano migliori. Per una volta quindi parliamo di ciò che conosciamo, ricordandocele tutte, le apparizioni del Dogui, telepromozioni comprese (chi si ricorda di Alta Italia Immobiliare? “Uei Fisichella, sei in pole position?“).
Va da sè che la nostra testa anni Ottanta fosse soprattutto per le donne: la futura sposa Isabella Ferrari (lei in maglietta sotto la pioggia davanti a Calà di guardia in una caserma friulana vale tutto), la ex Milly Carlucci, la protagonista dell’addio al celibato Karina Huff. Non stiamo a raccontare la trama di un film famosissimo e veniamo come al solito a noi e alla grande domanda: perché Domani mi sposo è diventato di culto, godibilissimo ancora oggi anche senza il doping della nostalgia? Risposta facile: non per la sua modernità, ma proprio per ciò che oggi sarebbe improponibile.
Il film è un concentrato di situazioni che nel 2026 sarebbero inconcepibili, pur verificandosi ancora in certi contesti: l’addio al celibato con il regalo di una ragazza, appunto la Huff (dentro una scatola!), l’ex fidanzata sposata e picchiata dal marito, situazione presa quasi come normale, la complicità maschile-maschilista, il cane trattato come un oggetto, i tradimenti da perdonare nel nome della famiglia, eccetera. Attenzione: non è il nostro solito pippotto sul ‘Non si può dire più niente, oggi’ ma proprio il suo contrario. Oggi questi comportamenti esistono ancora, ma quasi nessuno li darebbe per scontati e meno che mai li troverebbe divertenti. Semmai il divertimento dell’oggi sta proprio nel vedere come alcune cose siano cambiate in meglio.
Nicheli in formissima, i suoi duetti con Calà da sballo. Pura Italia anni ‘80 di provincia con le musiche di Detto Mariano, i jeans di Arturo, le Fiat (unico caso nella storia del nostro cinema in cui si suggerisce che facciano schifo, nel caso specifico la Panda), i locali un po’ calboniani come il Mokambo e quella leggerezza spensierata che davvero, lei sì, sarebbe da rimpiangere e da riproporre oggi, anche se ci farebbe cancellare dai social network in tre minuti.
Fra le tante frasi e scene oggetto di culto le meno citate sono, ingiustamente, quelle legate a uno dei flashback di Arturo, improbabile ultras del Mantova nel 1980 in trasferta in treno a Campobasso per una partita decisiva per la permanenza in C della sua squadra. Tutto inventato, perché nel 1979-80 Mantova e Campobasso erano in due gironi diversi della C1 e in ogni caso in situazioni diverse: il Mantova allenato da Ottavio Bianchi (con in campo Sauro Frutti, bomber di categoria visto dal vivo) si salvò con qualche giornata di anticipo, mentre il Campobasso della bandiera Maestripieri invece era quasi in zona promozione.
Arturo cercando di tacchinare una passeggera del treno, interpretata dalla Tracy Spencer pre Run to me, scende alla stazione di Serracapriola, Foggia, dove inspiegabilmente tutti parlano in dialetto umbro-marchigiano e dove la Spencer deve fare la ragazza alla pari (nel film ‘serva’) in una famiglia di contadini che le chiedono se sappia fare, lei di Liverpool, gli strozzapreti alla fabrianese. Perso il treno per Campobasso, Arturo-Calà corteggia la figlia del capostazione che però mette in guardia la figlia senza troppo badare alla allora minoritaria cultura woke (“Stai attenta, Erminia, che quello è già fidanzato con una negra”) e poi si mette ad ascoltare con lui l’improbabile radiocronaca di Campobasso-Mantova. Atri tempi, migliori e peggiori. Ma erano i nostri tempi.
stefano@indiscreto.net



