Siccome il Mondiale non ci basta mai (appena scritta un’analisi tattica dell’Uzbekistan di Cannavaro, poi opportunamente tagliata con il machete e ridotta a poche righe), abbiamo da poco finito di vedere su Netflix México 86, film diretto da Gabriel Ripstein con Diego Luna nel ruolo principale, affiancato da Karla Souza e Daniel Giménez Cacho. Diciamolo subito senza fare i soliti snobbettini che hanno visto tutto e sono annoiati da tutto: divertentissimo, con la chiave sempre interessante di un personaggio immaginario infilato dentro avvenimenti storici reali.
Il film racconta non tanto quel memorabile Mondiale, nel pieno della nostra maturità (nel senso di esame di maturità, dopo cinque stagioni incolori chiuso con uno schillaciano 50, terzi nella nostra classe), quanto la corsa del Messico per ottenere l’organizzazione della Coppa, vista attraverso gli occhi dell’inventato Martín de la Torre, un funzionario ambizioso che intuisce nell’operazione un’opportunità di scalata personale prima ancora che un’occasione sportiva per il paese.
Super la parte degli intrighi a Zurigo, per una candidatura totalmente improvvisata visto che la rinuncia della Colombia per motivi di ordine pubblico (e anche perché senza soldi per gli stadi) arrivò soltanto nel 1983 e che la FIFA avrebbe preferito altre opzioni, dalla Germania fino addirittura all’Italia campione in carica (ci avrebbe riprovato nel 1985, dopo il terremoto in Messico), Italia che però preferì giocarsi tutte le sue carte sul 1990 mentre la Germania, ovviamente Ovest, era indecisa.
Per farla breve, l‘unico vero avversario del Messico furono gli Stati Uniti, con Reagan decisamente meno caldo di Trump sull’argomento calcio. La candidatura USA fu portata avanti da Kissinger, Pelé e Beckenbauer, nel film affiancato dall’immaginaria Jackie Ross, la figlia di Steve Ross. Immaginaria non perché Ross non avesse una figlia ma perché fu lui, fondatore dei Cosmos e imprenditore di grande cilindrata, a fare pressioni su Havelange e sul Consiglio della FIFA.
Qualche licenza poetica, quindi, ma per il resto tutti i personaggi terribilmente veri: Emilio Azcárraga, il duro magnate di Televisa e padrone del Club América, figura centrale nel calcio messicano e nel finanziamento delle infrastrutture (incluso l’adeguamento dell’Azteca), l’eterno Guillermo Cañedo, Havelange, Pelé, Beckenbauer, un macchiettistico Neuberger, un Hugo Sanchez rappresentato in maniera non proprio lusinghiera (infatti si è incazzato), un po’ avido e un po’ codardo, un Milutinovic di culto. Mexico 86 indica la terza via, la migliore, fra il documentario su cose stranote e la fiction agiografica del genere ‘grandi campioni grandi uomini’, speriamo abbia tanti imitatori perché nel calcio le storie da raccontare con qualche escamotage antiquerela non mancano di certo.
stefano@indiscreto.net


Maggio 86 facevo la comunione e si fermava lì la mia strada con il mondo ecclesiastico, da bambino era il primo mondiale con cognizione di causa e due sole fasce orarie di match
ore 20 e ore 24 assolutamente eurocentrico e senza hydratation break.
Mondiale stupendo. Nota negativa c'erano già i ripescaggi delle terze essendo a 24 squadre.