Battiti
La nuova autobiografia di Björn Borg, con un po' di errori e omissioni ma anche con la forza trascinante del ragazzo che ha inventato il tennis moderno...
Il club degli amanti del già visto e già sentito, di cui facciamo orgogliosamente parte, ha letto e apprezzato Battiti, la nuova autobiografia (la prima, The Bjorn Borg Story, è addirittura del 1974, quando aveva 18 anni…) di Björn Borg da poco uscita in Italia per Rizzoli. Uno dei pochi argomenti, Borg, su cui sappiamo tutto senza bisogno di affannose ricerche su Google e non soltanto per le tante volte in cui lo abbiamo visto dal vivo o in televisione.
In estrema sintesi: l’uomo che ha inventato il tennis moderno, il primo grande campione a sembrare nostro fratello e non nostro padre. Soprattutto il primo grande campione, insieme al più anziano Connors, con una carriera totalmente nel tennis open. Poi sul GOAT si può discutere, ma certo a 25 anni, quando Borg di fatto si è ritirato, nessun tennista maschio ha mai vinto 11 Slam: Federer e Nadal ci sono soltanto andati vicino, avendo oltretutto gli Australian Open a cui Borg partecipò soltanto una volta, a 17 anni. Insomma, è facile pensare che un Borg che fosse andato a Melbourne (all’epoca si giocava sull’erba) avrebbe conquistato almeno una quindicina di Slam in totale, sempre ritirandosi a 25 anni.
Venendo al libro, scritto in originale in svedese a differenza di tanti che lo riguardano, quasi tutti in inglese, bisogna dire che è tradotto abbastanza da cani, con le esibizioni trasformate in ‘tornei dimostrativi’ e cose del genere, con diversi errori temporali che non sfuggono a un medio appassionato di tennis, non diciamo a un maniaco, e refusi tipo Mariana Simionescu ex vincitrice del Roland Garros.
Ma noi purtroppo non piccoli fan (non invecchiano soltanto i fratelli maggiori come Borg, che ha quasi 70 anni) abbiamo lo stesso apprezzato il cuore di un libro in cui il campione spiega le ragioni che l’hanno portato a fare tante scelte scellerate, con il ritiro prematuro che non è nemmeno la peggiore (anzi, per certi versi ha contribuito al suo mito). Il matrimonio con Mariana, quello con la Berté di cui Borg parla malissimo (e la Berté ancora di più, va detto), le avventure imprenditoriali affrontate con superficialità, la cocaina, le compagnie da buttare soprattutto negli anni a Milano, eccetera.
Fra le scelte tennistiche senza senso Borg mette al primo posto non il ritiro e nemmeno il rientro, ma la decisione di saltare il Roland Garros nel 1977 per rimanere a Cleveland nel folle e americanissimo WTT, nella nostra testa sempre stato un cugino della NASL.
Non spoileriamo il contenuto di un libro che nonostante i difetti citati ci è piaciuto e che consigliamo, diciamo soltanto cosa ci ha lasciato. Prima di tutto la conferma della vuotezza di Borg, con l’ansia di riempire la vita con vacanze, discoteche, case comprate e vendute in mezzo mondo, barche, viaggi, finti amici, ma in fondo a suo agio soltanto a casa a guardare sport in televisione. Una vuotezza priva di ideologia ma anche di idee, che ce lo fa amare ancora di più. Tutto superficiale, anche i rapporti con i colleghi, con l’eccezione di Gerulaitis e in parte anche di McEnroe, Nastase e Panatta.
Poi c’è un indubbio ammorbidimento dovuto all’età, che gli fa smentire (il libro è stato fatto insieme alla terza moglie Patricia) anche se stesso: il suo abbandono scolastico nella Svezia del 1972 scatenò polemiche biscardianamente asperrime, ma adesso a più di mezzo secolo quella scuola gli sembra quasi collaborativa, e lo stesso ritiro viene raccontato come una decisione tutta sua, quando in realtà fu l’ATP a imporgli di giocare un numero minimo di tornei, dandogli la spinta decisiva per lasciare il tennis che conta. Edulcorato anche il racconto del rapporto con Bergelin, nella realtà trattato con freddezza nei decenni post-agonismo.
Nel libro non mancano le parti divertenti e oneste, come quelle sui pagamenti in nero, con i centomila dollari a esibizione nascosti in mille modi. Bello anche il racconto del rapporto con i genitori, una specie di anti-Open visto che la spinta verso il tennis era arrivata dal Björn bambino e non dai genitori, pur appassionati di diversi sport. Un’autobiografia diversa da quelle di altri tennisti, perché diverso è Borg, tranne che per il fatto di frequentare quasi soltanto ricchi o presunti tali, trasformati automaticamente in amici: un grande classico dei campioni e degli ex campioni, che vivono di tennis oggi ancora più di ieri. Obbligatoria la citazione di Rino Tommasi: raramente uno sportivo ha qualcosa di interessante da raccontare. Ma Borg è interessante di per sé.
stefano@indiscreto.net




Diciamo pure che, con un hawk eye a new york forse avrebbe avuto anche 2 us open in piú a 25 anni..