La notizia la conoscono già tutti gli abitanti nella nostra bolla: Giannis Antetokounmpo lascia i Milwaukee Bucks e va ai Miami Heat. 13 anni, 2 titoli di MVP, un titolo NBA nel 2021, mille prestazioni individuali da ricordare (e quindi non ne ricordiamo nessuna), prima di anni di tira e molla, di sfighe (senza l’infortunio di Lillard la storia sarebbe stata un’altra) e di un addio avvenuto all’ultimo giro utile per una buona contropartita. I Bucks ricevono Herro, Ware, Jaquez, Jakucionis e tre scelte al primo giro (inclusa la numero 13 nel draft di stanotte) e Pat Riley ottiene il suo nuovo giocatore icona, per vincere oggi e non domani come Karate Kid (che peraltro vinceva oggi). Insomma, Antetokounmpo, Adebayo più altri dieci.
Non vogliamo annoiare con considerazioni nerdistiche, tanto sembrano tutte copiate (perché lo sono), pensando a un’ultima stagione ingiudicabile in cui lo si è visto in campo in 36 partite, peraltro spesso ben giocate, su 82, dando ragione sia al partito del ‘Si è gestito da furbo’ sia a quello del ‘Giocatore finito’. Certo per avere messo nell’operazione così tanti giocatori Riley e Spoelstra si aspettano almeno un triennio da tempi d’oro.
Ma adesso arriviamo a ciò che davvero ci interessa e cioè il modo in cui il greco è stato raccontato fin dal suo arrivo nella NBA, molto simile a quello usato per Wembanyama. Un corpo assurdo, sia pure con altezza differente (2.13 contro 2.26), per dimensioni e coordinazione a quelle dimensioni, una città non piccola ma nemmeno cool come New York o Los Angeles o la stessa Miami dove adesso è andato Antetokounmpo. A dirla tutta fra le analogie c’è anche una certa fragilità fisica realo o percepita: ad esempio Antetokounmpo in carriera ha saltato il 16% delle partite, ma quasi tutte sono state concentrate nelle ultime stagioni con il mercato a incrociarsi agli infoprtuni mentre il più giovane francese ne ha saltate un significativo 26%.
La vera differenza risiede nella predestinazione. Antetokounmpo fu scelto alla numero 15 e comunque all’inizio era un giocatore molto grezzo, mentre Wembanyama è arrivato con il numero 1 stampato in fronte e tecnicamente simile a quello di oggi, che quasi portava a casa il titolo (con Aldo Ossola al posto di Fox lo avrebbe fatto) contro il basket-fogna dei Knicks (e pensare che Thibodeau era stato cacciato perché la squadra era troppo Brunson-dipendente…). Però per entrambi è stato usata la stessa tiritera: il basket del futuro, l’unicorno, l’evoluzione della specie, eccetera. Chiediamo per un amico: non è più logico per uno spettatore o per un ragazzino immedesimarsi in Iverson e non in un gigante? Altra cosa in comune: ci sembrano entrambi persone a posto, provenienti da buone famiglie (quella di Antetokounmpo povera ma onesta), senza quel machismo arrogante che di fa detestare molti giocatori americani. Li ammiriamo ma non ci scaldano, non ci arrivano.
stefano@indiscreto.net


